Bambini, videogiochi e gestione della violenza

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Va bene, lo sappiamo.

Quando si parla di videogiochi e mediamente si tenta di vestire i panni degli adulti si nomina il baratro di alcuni ritornelli:

  • i videogiochi ti rincretiniscono;
  • i videogiochi inculcano la violenza;
  • i videogiochi non ti fanno vivere la vita reale.

Oggi vorrei partire dalla violenza. 

Credo che ognuno di voi avrà letto almeno un articolo in cui si “prova” che i videogiochi sono correlati con espliciti atti di violenza nei giovani e almeno un articolo in cui si confuta la verità dell’affermazione precedente.
Risultato: 1 a 1 palla al centro e mi ritrovo come genitore a giocarmi la mia partita.

Non aspettatevi che esca con una sentenza risolutoria o che vi dica cose molto “wired” o fricchettone su tecnologie e violenza; vi racconterò invece due aneddoti. Del primo, sono purtroppo (per voi) protagonista io.

Anno 1990, domenica pomeriggio, ho 14 anni. Esco dalla sala cinematografica dove ho appena visto Rocky V  e vado a incontrare gli altri miei amici all’oratorio che sono lì a giocare a pallone. Io sono del ’76, sono praticamente nato l’anno del primo Rocky, per cui ce l’ho nel sangue, mio padre ha fatto per un po’ di tempo il pugile e insomma… nonostante il quinto sia una colossale parodia del vero Rocky  esco comunque (come sempre) da quella sala pieno di adrenalina!
Claudio mi chiede com’è stato. E io  glielo racconto, e glielo faccio vedere  anche! Sono così preso che in una sequenza uno-due un po’ concitata invece di prendergli la spalla lo prendo in pieno sul naso.

Sangue! Così è andato il primo e unico pugno della mia vita a una persona.

Anno 2013 laboratorio di teatro, stavolta io sono spettatore, ma anche il conduttore: un ruolo precario!
La maggioranza dei bambini maschi (età 8-9 anni) lasciati liberi di muoversi nello spazio si mettono a imitare le azioni di Ezio Auditore, del gioco Assassin’s Creed, se non vi dice niente provate a googlare il nome del gioco. Si tratta di un gioco VM 18 anni.

I bambini in questione non si prendono a pugni e non si accoltellano, ma sono evidentemente agitati quando lo imitano. Quello che più mi colpisce, però, è che giocando in questo modo diventano ripetitivi e per nulla divertenti né interessanti.
La violenza è una brutta bestia da trattare, è imprevedibile, non porta mai nessun risultato positivo, risveglia i nostri istinti bellici. Ma fa parte della nostra esistenza, e nasconderla dietro a un paravento è una delle azioni più posticce che ci si possa trovare a improvvisare come genitori.

Una cosa mi tranquillizza. Alla fine il centro è il mio corpo: come lo conosco, lo utilizzo, come mi hanno insegnato a utilizzarlo. Se mi hanno insegnato che può stare davanti uno schermo per ore e interagire con qualcosa proibito per la mia età il mio corpo ha buone occasioni per poi provare a passare all’azione, soprattutto se il tutto è condito da massime morali del tipo: “a scuola non devi farti mettere i piedi in testa da nessuno!” (E un giorno magari vi racconterò come io a sei anni interpretai questa affermazione).

Se sei circondato da persone che prima di usare le maniere forti per risolvere le questioni fanno di tutto per trovare altre strade, ci perdono la faccia, ne escono perdenti ma con la forza della convinzione di non far male a nessuno, allora se ti scappa un pugno ti senti molto fuori luogo, in colpa, e non sai più cosa fare per riparare. Il tuo corpo cercherà altre strade per vivere l’adrenalina, seguirà l’esempio degli altri, di quelli che ti vogliono bene. Con i fatti, non con le parole. A volte “questi” non sono i tuoi genitori.

Mi chiamo Carlo Tognola, ho 37 anni, videogioco da quando ne ho 9, ho giocato (e gioco) a tutti i videogiochi più violenti del mercato e nella mia vita ho tirato un solo pugno: a Claudio.

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